ARRECREA

ARMONIOSO DISORDINE (o del non fare)

23 gennaio 2016

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Nel De rerum natura Lucrezio riprende un tema dalla filosofia greca e introduce nella cultura occidentale il concetto di clinamen: deviazione casuale nella traiettoria degli atomi che ne rende possibile la libera combinazione. Al pari della concezione atomistica di Democrito e Epicuro, secondo la quale accorpamenti dotati di significato devono assolutamente prodursi fra innumerevoli senza senso, Lucrezio afferma che il disordine racchiude in sé infinite possibilità fra le quali vi sono ordini possibili e necessari. Evitando le teorie creazioniste viene in tal modo attribuita, a particelle elementari, la possibilità di generare qualsiasi configurazione esistente in natura. Oltre i risvolti teologici, con questa teoria si stabilisce un legame causale tra un evento imprevedibile e l’ordine del mondo, tra caso e necessità.

Il disordine non solo sarebbe all’origine dell’Universo, ma in qualche misura indispensabile al funzionamento e dunque alla vita dello stesso: “Le stelle sono gli agenti che creano il disordine necessario per compensare l’ordine indispensabile all’organizzazione cosmica”. (Thuan Trinh Xuan, Il caos e l’armonia. Bellezza e asimmetrie del mondo fisico, 1998). Il disordine, tumulto creatore in perpetuo divenire, è condizione necessaria da cui possono generarsi formazioni ordinate, l’ordine è il risultato, il già composto, momento di quiete della trasformazione. All’interno di tale considerazione è racchiusa una potenzialità, ed è ciò su cui mi interessa indagare: l’ordine accorpa, classifica, riunisce elementi, oggetti, idee, che in esso si perdono mentre nel disordine sono ancora riconoscibili le parti, conservano autonomia. Il disordine riconduce chiaramente all’elemento: “C’è disordine quando gli elementi di un insieme, pur facendo parte di questo insieme, si comportano come se non ne facessero parte; essi vi introducono la contraddizione; in qualche modo, conducono il gioco ciascuno per sé”. (Georges Balandier, Il disordine. Elogio del movimento, 1988).

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Questa differenza mi permette di introdurre il tema da trattare e di proporre un’occasione di riscatto per il disordine inteso come possibilità feconda quando si tratti di pensare al progetto del giardino domestico: lo spazio verde adiacente alla casa per chi, come me, sceglie di vivere in un paese a prevalente paesaggio rurale. Nei piccoli centri agricoli il giardino, un tempo l’aia, è ancora limite del domestico, è prima della campagna e prima ancora che il terreno lavorato veda perdere i propri solchi nell’incolto, cui subito appresso segue il selvatico. Come se la medesima terra potesse contemplare più sfumature cui relazionarsi con modalità distinte. In quest’ordine il giardino è un luogo intermedio, tempo di sosta fra il lavorio della casa e quello della terra, spazio che si vorrebbe attrezzato e sistemato come propaggine abitata e che tuttavia appartiene alla natura.

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Conteso fra organizzazione statica e naturale vitalità l’idea di giardino rimane spesso sospesa tra la dimensione atemporale e quella temporale, tra permanenza e impermanenza, tra continua manutenzione e abbandono. La soluzione che propongo per dirimere il dubbio è il “giardino naturale”. Certo, tutti i giardini sono naturali, ma qui utilizzo il termine per richiamare il metodo dell’agricoltura naturale o del “non fare” teorizzato da Masanobu Fukuoka nel suo libro La rivoluzione del filo di paglia. L’agricoltura naturale e nelle sue declinazioni la permacultura e l’agricoltura sinergica, sono metodi di coltivazione illimitatamente sostenibili perche basati sulla mescolanza delle specie e sullo sfruttamento delle sinergie che si generano fra le stesse. In tali sistemi le varietà spontanee non sono avversate ma utilizzate anch’esse in modo sinergico. Ugualmente il giardino naturale non rispetta disposizioni rigide, ma imita la natura, ne interroga il disordine. Se nella vegetazione spontanea le piante si sviluppano a macchia, spuntano in quantità variabili e s’insinuano in mezzo a specie differenti generando tessuti disomogenei di grande armonia, così nel giardino naturale le piante scelte e disposte con criterio iniziale verranno poi lasciate a se stesse, libere di seguire il proprio naturale sviluppo: il tempo, le condizioni di luce e il tipo di terreno ne produrranno il disegno finale.

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Nel giardino naturale l’erbaccia non sarà una pianta indesiderata, ma un elemento del disordine che contribuisce all’armonia complessiva. Saltando alla scala del paesaggio viene riproposto in piccolo lo stesso rapporto esistente fra i territori “residuo” e l’armonia planetaria. Residui sono per il paesaggista Gilles Clément gli “spazi indecisi, privi di funzione. Situati ai margini, con nessuna somiglianza di forma, un solo punto in comune: costituiscono un territorio rifugio per la diversità. Altrove questa è scacciata”. (Gilles Clément, Manifesto del terzo paesaggio, 2004). Si tratta di paesaggi eterogenei, disordinati che occupano gli spazi di risulta legati all’organizzazione del territorio: confini dei campi, margini, bordi delle strade, ma che messi tutti assieme hanno un grande valore perché costituiscono il “terzo paesaggio”: territorio della mescolanza planetaria. Dunque, per riprodurre quell’armonioso disordine che caratterizza un campo incolto in primavera, immediatamente capace di ispirare in ciascuno un senso di gioia e vitalità, suggerirei di seguire alcuni punti tratti dal Manifesto del terzo paesaggio:

– istruire lo spirito del non fare così come si istruisce lo spirito del fare

– considerare la non organizzazione come un principio vitale grazie al quale ogni organizzazione si lascia attraversare dai lampi della vita

– avvicinarsi alla diversità con stupore

– elevare l’improduttività fino a conferirgli dignità politica.

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Ringrazio Mariapia C., alcune foto sono scattate a San Salvatore Telesino (BN) nel suo paradiso.



Altre immagini sono visibili su Pinterest nella bacheca dedicata al tema:

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