ARRECREA

BELLEZZA DISADORNA (wabi-sabi vs shabby chic)

27 aprile 2015

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Wabi-sabi e shabby chic due concezioni distinte e distanti per pensare la casa, una orientale l’altra occidentale, di cosa si tratta?

La prima una vera e propria estetica, sottintende un pensiero filosofico che è anche un modo di intendere la vita quindi applicabile a tutte le cose, la seconda semplicemente uno stile di arredo.

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WABI-SABI è nell’estetica giapponese la contemplazione di ciò che è imperfetto, incompleto, transitorio. Secondo wikipedia l’espressione unisce due caratteri wabi e sabi:WABI identifica oggi la semplicità rustica, la freschezza o il silenzio, e può essere applicata sia a oggetti naturali che artificiali, o anche l’eleganza non ostentata. Può anche riferirsi a stranezze o difetti generatisi nel processo di costruzione, che aggiungono unicità ed eleganza all’oggetto. SABI è la bellezza o la serenità che accompagna l’avanzare dell’età, quando la vita degli oggetti e la sua impermanenza sono evidenziati dalla patina e dall’usura o da eventuali visibili riparazioni.”

Su di una più attenta ricostruzione del significato dei termini mi ha fatto piacere leggere l’interessante articolo (tratto dalla propria tesi di laurea in Lettere e Filosofia) di Alessandra Russo dal titolo  WABI, SABI, AWARE, YŪGEN pubblicato sul sito www.sesshutoyo.com 06

Wabi sembrerebbe connotare la semplicità di oggetti i cui materiali si mostrano grezzi, nella loro naturale apparenza, oggetti sobri, scarni, disadorni la cui bellezza è affidata tutta al carattere della materia la quale può mostrare difetti, imperfezioni, asimmetrie che in un armonioso capovolgimento diventano preziose unicità.

Sabi invece parrebbe essere un concetto maggiormente legato al trascorrere del tempo, e neanche qui importa se a subirlo siano forme naturali o artificiali, ciò che conta è l’impronta che il tempo lascia sulle cose: l’ossidazione dei metalli, il proliferare di muschi e muffe sui materiali, l’usura visibile sugli utensili, la corruzione e la corrosione che subiscono tutti gli oggetti.

Seguendo il filo di una mia personale interpretazione credo che wabi e sabi siano due sentimenti intimamente uniti dal concetto di trasformazione, dove un ciclo intero è descritto: in ciò che è wabi si riconosce valore estetico ad oggetti in cui i materiali naturali che li compongono mantengono visibile la propria essenza grezza non lavorata pur avendo subito un processo di artificializzazione, mentre in ciò che è sabi apprezziamo li processo di invecchiamento e disfacimento che porta cose e manufatti ad avere ancora un residuo di naturale.

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Emily Wren Photography

SHABBY CHIC è l’ennesima moda in fatto di arredare: si mettono assieme due termini, in evidente contraddizione, il cui accostamento però non riesce a restituire l’eleganza che troviamo nell’equilibrio degli opposti proprio della cultura giapponese: SHABBY significa letteralmente malandato, trascurato, logoro, mentre CHIC non ha bisogno di traduzione.

Lo shabby chic è lo stile di arredamento dal sapore provenzale ma anche un po’ campagna inglese che mette assieme ai cosiddetti mobili della nonna, una ridondanza di pizzi, merletti e porcellane. La combinazione geografica è comprensibile visto che la paternità è dibattuta fra il paese d’origine della fondatrice dell’omonima società, l’inglese Rachel Ashwell, e quello della tecnica decorativa di cui si fa largo uso in questo stile, la francese “decapè”.

Il risultato estetico è, a dispetto di tutte le opposizioni in premessa, piuttosto omogeneo e direi opprimentemente uniforme, in breve: fintamente invecchiato.

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A me sembra invece che dietro la passione per questo stile sia nascosta la mania di controllare ogni imperfezione e la reale incapacità di accettare l’invecchiamento dunque la natura. Costringere il processo di decadimento delle cose entro schemi da noi sorvegliati rende tutto infecondo e impermeabile al tempo, quindi dal mio punto di vista già morto.

L’eccesso decorativo dello shabby chic produce oggetti invecchiati artificialmente senza riuscire a conferire un carattere proprio alla casa, che tristemente finisce per rassomigliare al magazzino di qualche catena francese di arredi.

La scarna compostezza di ciò che è wabi-sabi racchiusa nella casualità dell’imperfezione di cose vecchie e magari rotte che tuttavia mantengono l’eleganza, o nella bellezza disadorna di una casa in cui arredi e oggetti siano ridotti fino all’essenza, produce luoghi ricchi di poesia.

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