ARRECREA

DISABITATE

17 marzo 2015

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Nel mio primo articolo voglio dedicarmi alle case disabitate, tema opposto a quello prevalente del blog che sarà invece l’arredare e il prendersi cura della casa. Ma perché soffermarsi su luoghi dove è evidente l’assenza di cura? Luoghi immoti da cui si ritrae lo sguardo perché sembrano non poterci dire più nulla, ormai privi di vita. Relitti di pietra o cicatrici nella continuità urbana fotografano l’ultimo attimo vissuto e l’incedere dell’abbandono. Come se proprio lì il tempo potesse sdoppiarsi fra immobilità e incessante correre. Luoghi doppi che attraggono e respingono, dai quali siamo affascinati e inquietati al contempo. Ma perché proviamo sentimenti contrastanti nei loro confronti? Mi è capitato di leggere un’interessante argomentazione su questo tema colto da un punto di vista filosofico, nell’articolo “Le case abbandonate” di Daniele Baron su filosofiaenuovisentieri.it.

Daniele Baron sostiene che l’abitare sia il processo continuativo nel tempo del prendersi cura della casa, come vuole l’etimologia latina del termine: habitare (dal verbo habere significa letteralmente continuare ad avere, avere abitudine di un luogo). Per questo la casa abitata non può essere un luogo compiuto ma sempre in continuo divenire: “Il continuare ad avere, l’abitudine, l’abitare, è ciò che crea l’identità sempre precaria della casa. Abitare è sempre avere cura del luogo in cui si abita”.

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Come dire che il carattere precario della casa è dovuto al fatto che in essa è sempre presente la possibilità dell’abbandono. Da questo punto di vista l’abitare sarebbe la perenne ricerca di un equilibrio tra cura e incuria, tra una nuova trasformazione e l’inerzia di una forma definitiva.
La forma definitiva della casa sarebbe al pari dell’abbandono una rinuncia al possesso e alla cura, dunque un’azione disgregativa. Inversamente la continuità della cura che si manifesta nella trasformazione continua della casa sarebbe un movimento vitale.

Questo spiega perché l’abitudine, tanto diffusa qui al sud, delle giovani coppie a sposarsi solo una volta che la nuova casa sia completa di tutto compreso le tende i quadri alle pareti e i soprammobili, per poi immobilizzarsi in quella forma negli anni a venire, produca luoghi a mio avviso algidi e inospitali non meno disertati dalla vita delle case abbandonate. Mentre per inverso una casa in cui arredi ed oggetti da raccogliere nel tempo hanno modo di trovare nuove composizioni e accomodamenti tra di loro, risulta vitale e interessante.

Ecco un motivo per soffermarsi con rinnovato interesse sulle case disabitate, non solo perché luoghi pieni di poesia dai quali trarre pittoresca ispirazione, ma occasione di riflessione sulla necessità della trasformazione come azione vitale.



Altre immagini sono visibili su Pinterest nella bacheca dedicata al tema:

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