ARRECREA

WIRE (lo spazio della mente)

12 marzo 2016

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Wireframe (wire frame model = modello in fil di ferro) è in informatica un tipo di rappresentazione grafica per riprodurre un solido non per mezzo di superfici ma di semplici linee, che tracciandone i profili essenziali, lo fanno sembrare costruito con il filo di ferro. Aumentandosi di una dimensione, la linea, un punto in movimento, conforma con la propria traiettoria oggetti tridimensionali. C’è poi un ulteriore incremento: la principale consistenza di tali solidi non è il materiale di cui sono fatte le linee, ma lo spazio intermedio fra di esse, il vuoto che rimane implicitamente disegnato. Tanto che gli oggetti wire ci appaiono fatti prevalentemente d’aria. Con l’uso di poco materiale, che svolge funzione strutturale attraverso un reticolo o una maglia, si può ottenere qualsiasi forma. Lo spazio intermedio è vuoto, ma non assenza di spazio, è possibilità, spazio della mente.

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Penso alle opere in “wire mesh” di rete metallica dell’artista Edoardo Tresoldi: all’installazione di arte pubblica per il waterfront di Marina di Camerota, dove l’opera collocata sullo spazio già di per sé metafisico di un pontile sembra disegnata nell’aria, o alla ricostruzione della Basilica paleocristiana di Siponto a Manfredonia, dove l’architettura ritrova il primitivo volume riemergendo in forma di evanescente visione dalle proprie rovine. Ma penso anche a una vasta produzione di arredi di design: sedie poltrone lampade tavoli appendiabiti che affidano la propria forma a un punto viaggiante. Oggetti scarni e minimali che riescono a rimandare le idee di comodo o funzionale pur mantenendo la leggerezza che li rende adattabili a qualsiasi arredamento. Tali oggetti come le sculture wire mesh di E. Tresoldi si fondono completamente al contesto in cui vengono collocate, facendosi penetrare dallo stesso, ma al contempo riescono anche a descrivere qualcosa che non c’è, come un’idea o una qualità che varia per ciascuno e che rimane racchiusa in quello spazio intermedio fra le linee.

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L’esperienza che abbiamo degli oggetti è infatti soggettiva, non oggettiva, ed in tal senso tutti gli oggetti sono nostre creazioni tanto più quelli che richiedono un coinvolgimento immaginativo. In fondo l’immagine del mondo è per ognuno il prodotto della propria consapevolezza, non è su questo che fanno leva molte costruzioni letterarie? Cito “il mito della caverna” di Platone e Flatlandia di Edwin Abbott perché entrambe descrivono realtà diminuite di una dimensione: gli uomini della caverna credono che il mondo sia popolato di sole ombre, mentre i cittadini di Flattlandia abitano un paese a due dimensioni.

“-Paragona la nostra natura, in rapporto all’educazione e alla mancanza di educazione, a una condizione di questo tipo. Immagina dunque degli uomini in una dimora sotterranea a forma di caverna, con un’entrata spalancata alla luce e larga quanto l’intera caverna; qui stanno fin da bambini, con le gambe e il collo incatenati così da dover restare fermi e da poter guardare solo in avanti … questi prigionieri- dissi io -considererebbero la verità come nient’altro che le ombre degli oggetti artificiali.-” (Platone, La Repubblica, IV sec. a.C.).

“Immaginate un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Triangoli, dei Quadrati, dei Pentagoni, degli Esagoni e altre Figure geometriche, invece di restar ferme al loro posto, si muovano qua e là, liberamente, sulla superficie o dentro di essa, ma senza potersene sollevare e senza potervisi immergere, come delle ombre, insomma consistenti, però, e dai contorni luminosi. Così facendo avrete un’idea abbastanza corretta del mio paese e dei miei compatrioti.” (Edwin A. Abbott, Flatlandia: Racconto fantastico a più dimensioni, 1884).

La consapevolezza della verità è in entrambi i mondi limitata dall’impossibilità di accedere a una visione complessiva delle cose. Si tratta di distopie, anti utopie, prefigurazioni negative che agiscono sulla consapevolezza come materializzazioni del senso di colpa che si addensa su atteggiamenti già penetrati nella società che le produce, per rivelarne le ultime conseguenze. Di positivo c’è che ogni distopia custodisce la chiave per sfuggire agli esiti estremi: anticipando la catastrofe ci mostra come evitarla, sottraendo una dimensione ci indica come guadagnarne un’altra. Il quadrato, piatto protagonista di Flatlandia, che riesce a immaginarsi in un mondo tridimensionale, svela anche per noi la possibilità dell’esistenza di altre dimensioni, e il prigioniero fuggito dalla caverna, che capisce di essere “esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile”, conferisce a chi lo comprenda la capacità di modificare la percezione e con essa la realtà stessa.

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Credo che gli oggetti wire agiscano in modo simile, privandoci di una parte della rappresentazione ci inducono ad immaginarla, così gli spazi intermedi, che si mostrano vuoti, possono diventare spazi della mente che si colmano della consapevolezze di ciascuno.

“Avevo perduto tutto: il segno, il punto, quello che faceva sì che io – essendo quello di quel segno in quel punto – fossi io. Lo spazio, senza segno, era tornato una voragine di vuoto senza principio né fine, nauseante, in cui tutto – me compreso – si perdeva. (…) pian piano il vivere tra i segni aveva portato a vedere come segni le innumerevoli cose che prima stavano lì senza segnare altro che la propria presenza, le aveva trasformate nel segno di se stesse (…). Nell’universo ormai non c’erano più un contenente e un contenuto, ma solo uno spessore generale di segni sovrapposti e agglutinati che occupava tutto il volume dello spazio, era una picchiettatura continua, minutissima, un reticolo di linee e graffi e rilievi e incisioni, l’universo era scarabocchiato da tutte le parti, lungo tutte le dimensioni. Non c’era più modo di fissare un punto di riferimento: la galassia continuava a dar volta ma io non riuscivo più a contare i giri, qualsiasi punto poteva essere quello di partenza, qualsiasi segno accavallato agli altri poteva essere il mio, ma lo scoprirlo non sarebbe servito a niente, tanto era chiaro che indipendentemente dai segni lo spazio non esisteva e forse non era mai esistito”. (Italo Calvino, Un segno nello spazio, in Le Cosmicomiche, 1965).

Grazie ad Alfredo C., lui sa perché.



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