architettura

CASA TG (etica del riuso)

Opera realizzata a Reggio Emilia nel 2020.

Progetto architettonico e di arredamento: arch. Taryn Ferrentino

 

testo: Taryn Ferrentino

Costruire abitare pensare” è il titolo del testo di Heidegger così citato quanto denso di spunti che si apre con l’ermetica domanda: in che misura il costruire rientra nell’abitare?   Per la mia esperienza costruire e abitare sono azioni tanto connesse e intersecate, se si parla della propria casa, da essere difficilmente separabili. Le case che abitiamo durante la vita aderiscono come abiti al tempo delle nostre esistenze, scuciti e cuciti infinite volte per riprodurre non solo lo sguardo che abbiamo sulle cose ma noi stessi. Le foto sono della casa che abito col mio compagno e sono il tentativo di mostrare come ogni cosa sia modellata su misura delle nostre abitudini e ci aderisca fino a confondersi con la nostra immagine.

“Per confrontarmi col binomio costruire / abitare provo a partire da alcune considerazioni di Giorgio Agamben in una conferenza nella Facoltà di architettura della Sapienza di Roma nel 2018 (qui il testo). Il ragionamento è un’indagine di tipo “archeologico” tesa a rintracciare la condizione di possibilità dell’architettura, il suo a priori: la comune radice di habeo (avere), habitus (modo di essere), habitare (dimorare) suggerisce che “i significati di avere e di essere sembrano quasi indeterminarsi, quasi che avere significasse innanzitutto «avere un certo modo di essere», essere disposto in un certo modo. L’abitazione diventa in questo senso una categoria ontologica. Abitare significa creare, conservare e intensificare abiti e abitudini, cioè modi di essere. (…) Vi è una reciprocità e un continuo scambio fra essere e avere. E questa reciprocità è anche una buona definizione dell’etica, se non si dimentica che il vocabolo greco ethos ha a che fare con il modo di essere e vivere con gli altri e innanzitutto con sé, se non si dimentica, cioè, che l’etica è innanzitutto un secum habitare. Per questo l’uomo ha bisogno non solo di una tana o di un nido, ma di una casa, cioè di un luogo dove «abitare», dove costruire, conoscere e esercitare intensamente i suoi «abiti». Costruire, che è l’oggetto dell’architettura, presuppone o ha costitutivamente a che fare con l’abitazione, la facoltà di abitare.”

Dunque l’a priori dell’architettura risiederebbe nel legame costruzione abitazione ovvero “l’architettura è arte della costruzione, nella misura in cui è, anche, arte dell’abitazione”. Senza avere il conforto di un’indagine archeologica sul sapere professionale ho da tempo intimamente maturato il senso di tale nesso, che per quanto ne so ha meno a che fare con il fatto di essere architetto che col fatto di appartenere al genere umano. Quando ho ristrutturalo casa, sebbene non avessi ancora letto l’intervento di Agamben, ho fatto semplicemente ciò che la mia natura mi ha suggerito: costruire un «abito» sulla misura di chi avrebbe occupato quello spazio.

La costruzione (del 1936 circa) è una delle case dei ferrovieri nel quartiere Santa Croce di Reggio Emilia, è stata acquistata il 17 ottobre 2019 e ristrutturata durante il primo confinamento per la pandemia covid. Non voglio dire di come il risultato non abbia l’estetica di una casa appena rifatta ma di quanto ogni elemento, dettaglio, materiale sia il punto di incontro fra un’idea sottesa e una possibilità che attendeva di essere raccolta. Se c’è davvero una reciprocità fra essere e avere che riesce anche a farsi etica, modus esistenziale, per quanto mi riguarda coincide con l’idea del recupero che è soprattutto rinuncia allo spreco. Se un pensiero ha informato il progetto di costruzione / abitazione di questo spazio è stato per certo quello di provare a tenere ciò che appartenesse al carattere dell’edificio, anche quando segnato dal tempo, e farlo diventare materiale di progetto. Ne sono un esempio i solai in legno liberati dalle cameracanne e lasciati nelle loro colorazioni tutte differenti, le pianelle di cotto ritrovate sotto i pavimenti posteriori e tenute con le superfici scabre e disomogenee che avevano, le pitturazioni murali e i decori riemersi sotto sfoglie di stucco e lasciati a vista. La vecchia costruzioni ha dato indicazioni ai nuovi interventi anche quando ho pensato di aprire una loggia al primo piano: dall’interpretazione delle lesioni nelle murature ho potuto ricomporre la storia delle trasformazioni dell’edificio e motivare una variazione ai prospetti che ha incontrato il favore dell’ufficio edilizio.

Recuperare è poi stato il reperimento di numerosi oggetti dismessi, una sottrazione al rifiuto, una doppia negazione con un prodotto positivo che ci ha fornito oltre agli arredi (per i quali ci vorrebbe un altro intero racconto !!) i tanti materiali da costruzione usati: le graniglie 40×40 rare e pesanti smontate con grande cautela da una casa a Bergamo, i sanitari tutti fra i quali si distingue la serie Linda disegnata da Achille Castiglioni i cui singoli pezzi provenienti da luoghi differenti si sono riuniti qui e la serie Montebianco della Pozzi che ci è stata consegnata sul piazzale di qualche uscita autostradale in prossimità Firenze, gli enormi termosifoni in ghisa che per trasportarli è servita la mia testardaggine unita alla generosità di muscolosi operai, il portoncino in legno smontato da una casa gemella dello stesso quartiere e donatoci dal proprietario, le porte tutte differenti ritrovate in un garage di Ferrara e sull’Appennino modenese, la vasca con i piedi di leone che apparteneva a una costruzione coeva di Bologna e arrivata qui miracolosamente intatta, la ringhiera anni 50 e il cancelletto della loggia che sembrano fatti l’uno per l’altra e invece provengono da Caianello e Ancona trasportati in un unico epico viaggio durante i tempi più rigidi del lockdown, perfino il lungo piano in marmo di Carrara della cucina smontato e tagliato in Lunigiana per essere poi assemblato in ordine diverso qui, il piano di cottura Barazza che mai mi sarei potuta permettere arrivato attraverso un passamano rocambolesco da Brescia al suo posto e perfettamente funzionante.

Ci tengo tantissimo a dire che ogni recupero è stato esito delle mie lunghe e appassionate ricerche e di una buona dose di caso e fortuna, ma soprattutto della grande disponibilità di chi ha ceduto i propri oggetto: tutti venditori privati che come noi credono nell’economia circolare e anziché cedere alla via più spiccia del rifiuto hanno scelto di far sopravvivere questi manufatti, dandoli via a prezzi sempre assolutamente non dimensionati alla pazienza di attendere, di concordare tempi e luoghi di consegne e infine di incontrarsi durante la prima fase della pandemia. Avrei voluto fotografare ogni recupero, ogni incontro in piazzali anonimi, ogni consegna, ogni gentilezza ricevuta. Me ne restano ricordi indelebili e un’immagine della mia rubrica telefonica che a me dice tanto. In fondo cos’è tutto ciò se non un’etica (modo di essere e vivere con gli altri e con sé) differente?